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150° anniversario del Santissimo Crocifisso della

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150° anniversario del Santissimo Crocifisso della

Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Viareggio


 

crocifisso misericordia viareggio

 

STORIA


Nel 1858  per ringraziare Dio dello scampato pericolo dal colera che aveva imperversato alle porte di Viareggio.
La Confraternita di Misericordia allora denominata Compagnia della Carità Cristiana di Viareggio decide di far realizzare dai fratelli Cipriani di Farnocchia un Crocifisso.
“Su di  una croce di cipresso a forma cilindrica  dell’altezza di circa 4 metri è inchiodato il Gesù del Cipriani  di un’altezza di 2 metri e che insieme alla croce pesa circa 4 quintali Sebbene non provetti nell’arte ci sembra che il Martire della Croce sia stato ritratto nella sua più semplice ed eloquente espressione.
L’occhio di una mestizia profonda si eleva in una fiduciosa e serena aspettativa fino al Cielo, la bocca semi aperta  denota l’arsura e lo spasimo di un’atroce agonia , il sangue sgorgante dalle ferite è cosparso ovunque  con  reale evidenza e se avviciniamo lo sguardo , la muscolazione, le vene rigonfie e violette ed altre particolarità costituiscono un insieme veridico e che purtroppo in tanta mole di  artisti superbi non ci è dato tanto spesso di riscontrare…”

 

 

 


Il Santissimo Crocifisso e i Donatori di Sangue Fratres della Misericordia di Viareggio

IL MISTERO DELLA CROCE DI CRISTO E IL MISTERO DEL DONO

crocifisso cerimonia

"Fulget crucis mysterium"
Per le prime generazioni cristiane, la croce non era tanto " il legno in cui Cristo fu appeso", quanto " il legno sul quale Cristo regnò ": Regnavit a ligno Deus, dicevano adattando il versetto di un salmo (cf. SaI. 96, 10 in Giustino, I Apol. 41, 4). I pagani non riuscirono, con il loro sarcasmo, a spingere i cristiani a vergognarsi della croce: " Il Figlio di Dio è stato crocifisso? - esclamava uno di loro -; non me ne vergogno, proprio perché c'è da vergognarsene" (Tertulliano). Il nome stesso della croce - scriveva un famoso pagano che non aveva conosciuto Cristo - deve essere tenuto lontano non solo dalla carne, ma anche dai pensieri, dagli occhi e dalle orecchie dei cittadini romani; il solo discorrere di una morte da schiavi, cosi umiliante, in presenza di persone dabbene è cosa immorale e sconveniente (Cicerone, Pro Rabirio). San Paolo, per tutta risposta, scriveva ai primi cristiani: Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal. 6, 14). Da lui, la Chiesa raccolse questo sentimento della croce vanto e lo tradusse in mille modi nella liturgia, nella teologia e nell'arte (cf. la croce trofeo e la croce gemmata). " Ogni altra azione di Cristo è motivo di vanto per la Chiesa cattolica, ma vanto dei vanti è la croce " (Cirillo di G., Cat. 13, 1). " Osserva la gloria della croce! - dice sant'Agostino - Essa ormai è stampata sulla fronte dei re; gli effetti ne provano la potenza; egli ha domato il mondo non con il ferro, ma con il legno" (sant'Agostino, Enarr. in Ps. 54, 12). I crocifissi antichi non esprimono angoscia, spasimo o tragedia, ma calma, maestà e regalità. Sulla croce - come aveva ripetuto tante volte l'evangelista Giovanni -' Gesù è glorificato, è innalzato, attira tutto a sé; in una parola: regna. La signoria di Cristo si rivela nella risurrezione, ma " poggia " sulla croce. La teologia più perfetta del Venerdì Santo è quella che ha tracciato Giovanni nell'Apocalisse: l'Agnello vi appare ucciso e in piedi, cioè morto e risorto; con solennità divina, egli prende il libro che nessuno poteva aprire - il libro della storia e dei destini umani - e ne scioglie ad uno ad uno i sigilli, mentre intorno si canta a gran voce: L'Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione (Ap. 5, 12).
Cristo penetra ormai con la potenza del suo Spirito la Chiesa e il mondo; a tanto lo ha "innalzato”  l'umiliazione e l'obbedienza della croce! (cf. Fil. 2, 7ss.). Qui non si tratta più, infatti, semplicemente del Verbo che, in principio, era Dio e per mezzo del quale tutte le cose furono fatte (cf. Gv. 1, lss.); si tratta di Gesù Cristo, del Figlio dell'uomo che, anche in quanto uomo e nuovo Adamo, ora è Signore del cielo e della terra; non è un semplice ritorno a ciò che era " in principio "; la croce segna una novità anche per Dio. L'atteggiamento di ogni credente e soprattutto quello dei Donatori di Sangue dei FRATRES è immerso nel dolore di Cristo, si lascia compenetrare e  “impressionare"; ma non si fermarsi ad esso. Il dolore è solo il segno; la realtà significata è il suo amore per noi. E di fronte alla prova suprema che Cristo ci ama (giacché "non c'è amore più grande che dare la vita per la persona amata"), non si può dare il primato alla compassione e neppure alla compunzione; il primato deve essere dello stupore, della gratitudine e della gioia. Cosi Dio ha amato il mondo. Mi ha amato e ha dato se stesso per me: queste frasi di Giovanni (Gv. 3, 16) e di Paolo (GaI. 2, 20) sono frasi con punto esclamativo, esprimono stupore. Di fronte alla nostra compassione, Gesù potrebbe dirci: è tutto quello che sai darmi in risposta? Chi ama non vuole essere compatito, ma riamato: " Sic nos amantem, quis non redamaret?", diceva san Bonaventura; cioè: come non riamare uno che ci ha amato tanto?
E Paolo: Se uno non ama il Signore merita di essere scomunicato (anatema sit) (cf. i Cor. 16, 22).
Questa è la vera adorazione spirituale della croce che è adorazione della sua potenza salvatrice, ma anche dell'amore sconfinato di cui è segno. Gratitudine, amore, stupore dunque, ma anche speranza. Se Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Chi ci separerà dall'amore di Cristo?
In tutte le cose, compresa la morte, noi ormai possiamo essere più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati fino alla croce (cf. Rom. 8, 31-37).
Davvero, nel cuore di ogni Donatore risplende  il mistero della croce

 

 


Il mistero del dono come atto diamore

UN DONO

Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l'ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettilo nell'animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l'amore,
e fallo conoscere al mondo.

MAHTMA GANDHI
   
   
   Vivi la vita

La vita è un'opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un'avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.

Madre Teresa di Calcutta

"La felicità è donarsi. La felicità non è solo sogno e utopia, ma aria necessaria per vivere, davvero, e comincia a spirare, leggera, intorno a noi"
Claudio Risé "l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé"
(affermazione antropologica fatta dal Concilio Vaticano II [Cost. past. Gaudium et spes 24,3; EV 1/1395]). Nella pratica del dono ogni individuo è come condotto al di là di se stesso, poiché egli mette in gioco la propria identità.
In ogni dono  vi è un collegamento con la vita, si rompe la solitudine, si trasmettere un qualcosa.
In ogni donazione vi è la ripetizione della nascita, dell'arrivo della vita, un salto misterioso al di fuori di ogni determinismo.
Né ipocrita né strumentale e neppure residuale, come spesso si sostiene oggi, l'esperienza del dono si rivela essere fondamento stesso di ogni società, la sua stessa condizione di sopravvivenza.
Esso ci collega all'imprevisto, alla libertà, al mistero, alla nostra stessa natura di animali sociali.
Nella sfera dei legami primari - come quelli familiari - ma anche nel dono tra sconosciuti - come nel caso della donazione di sangue - l'esperienza che si configura è quella di un debito positivo verso gli altri.
    

Il fratello

Il fratello è il dono fatto a me
per permettermi di amare e conoscere Dio;
quasi "sacramento" per cui Dio viene a me.


Giordani
    
    
La solidarietà è radicata nella costitutiva interpersonalità psico-sociale dell'individuo; l'individuo non è mai, non può mai essere solo l'immagine di se stesso, come nella rappresentazione, di Narciso che si guarda allo specchio.
L'individuo è sempre e anche relazione con l'altro, è anche immagine dell'altro.
Può cercare di costruire una propria immagine, ma lo può fare sempre a partire dall'immagine degli altri.
L'individuo, nonostante questo processo di "fabbricazione sociale", è però anche portatore di qualche cosa che non è riducibile interamente a una produzione sociale; in ogni individuo c'è una psiche, la psiche umana che non è mai integralmente socializzabile.
Questo modo di vedere le polarità irriducibile fra l'istituzione sociale e l'individuo, è un moto che fa giustizia di tutte le astrazioni dell'egoismo e dell'altruismo, perché l'egoismo e l'altruismo sono solo delle astrazioni.
Nessuno è figlio di se stesso, è figlio di un padre e di una madre che erano a loro volta figli di altri padri e di altre madri e quindi rinviano alle generazioni, a quelle passate e a quelle future, alla responsabilità verso chi deve ancora nascere.
La solidarietà non può essere un'aggiunta o un correttivo dell'individualismo astratto e atomistico.
Possiamo sentirci solidali solo se riconosciamo che il legame sociale è insopprimibile, che veniamo al mondo per opera di altri, che il vincolo a restituire non è simmetrico perché ciascuno ha un vincolo verso le nuove generazioni (Godbout).
Tra le generazioni non c'è uno scambio di tipo economico mercantile, ma c'è un legame solidale basato sulla reciprocità.
La solidarietà è istitutiva dello stare insieme degli individui umani perché è fondata sull'elaborazione degli affetti, sulla fiducia che le promesse dei nostri genitori saranno mantenute, perché possiamo fidarci delle parole.
La solidarietà è la forma dello stare insieme sulla quale si articola anche la differenza, la vera differenza, irriducibilità della singolarità di ciascuno di noi, che è quello che è e nessuno può farlo essere altrimenti.
Individualità e solidarietà non sono in contraddizione se non si prende per buono un individualismo astratto, di consumo, e se non si parla dell'altruismo nei termini retorici dell'enfasi della generosità e del dono gratuito. 
 

 

Donarsi

La carità è una presenza.
E' necessario non soltanto donare,
ma anche donarsi.

R. Follerou
    
    

Dai il meglio di te...

Se fai il bene, ti attribuiranno
secondi fini egoistici
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa' il bene
L'onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile
non importa, sii franco
e onesto.
Dà al mondo il meglio di te, e ti
prenderanno a calci.
Non importa, dà il meglio di te

Madre Teresa di Calcutta

 

Il dono è quindi un metodo di  relazione: dono, infatti, non è né una cosa né un atto individuale.
L’essenza del dono consiste in un trittico: dare-ricevere-restituire come sistema di obblighi inerenti al dono.
Secondo M. Hénaff, la figura del dono o scambio asimmetrico deve essere intesa come sorgente e motrice originaria del rapporto di riconoscimento che lega gli attori sociali in una comunità.
Il dono non è questione di divisione dei beni o di condivisione, ma introduce uno scarto, un salto qualitativo: nasce, infatti, come un rischiare se stessi “un certo dono di sé” in direzione dell’altro nell’offerta gratuita di sé allo scopo di legarsi con l’altro e di legare l’altro a sé nel vincolo della fratellanza.
Il dono è quindi uno scambio generoso che crea socialità, il che significa dire che il dono appartiene al genere dello scambio, di cui rappresenta una più alta variante.
Nel dono l’essere umano scopre che può prelevare qualcosa che gli è particolarmente caro, un oggetto speciale, che è quanto di più intimo si possieda: la propria vita.
Il sangue, gli emoderivati, sono offerti come parte di se stessi, «pegno indissolubile del proprio sé». Tale gesto deve essere inteso come intenzione di onorare l’altro, il dono visto come riconoscimento e segno di rispetto della vita.
Nella donazione del sangue e degli emoderivati il dono rappresenta un punto di partenza privilegiato per ogni teoria morale e per ogni etica sociale poiché il dono è dono di sé e l’altro, il donatario, è accostato come un bene in se stesso in quanto fratello è parte di me.
Questo tipo di donazione volontaria effettuata dal donatore attraverso il salasso ci chiarisce efficacemente la differenza tra dono e scambio. Donare infatti richiede una certa libertà dalla paura, quindi una certa libertà da se stessi, ovvero dalla domanda di risarcimento o dalla preoccupazione di essere “depredati” , scambiare risulterebbe essere più facile poiché lo scambio colma, infatti, l’aspetto privativo del senso della vita.
Nella dinamica del dono si riesce a donare poiché non si necessita di una risposta immediata e ciò non può che condurre verso l’ assoluto.
Nel dono esiste quindi la figura della gratuità disinteressata dell’agape, intesa come senso di amore guidato o governato dal principio la quale può includere o non includere affetto e simpatia quindi pur distinguendosi per il rispetto dei principi, agàpe non è amore privo di sentimento, altrimenti non sarebbe altro che fredda giustizia; e la figura altrettanto importante della   philìa che si distingue da agapào poiché philèo rappresenta più strettamente il tenero affetto, l’attaccamento personale in materia di sentimento o simpatia: l’ “essere amico”.
Il dono è quindi relazione.
Nel dono la gratuità è rappresentata dall’ incondizionale dono di sé poichè nel dono volontario è denotato dal piacere in quanto il dono viene considerato come un ordito capace di generare una tessitura interminabile di rapporti, il dono rappresenta per il donatore la dimensione affettiva, la libertà e la gratuità costituisce la stoffa e la qualità della relazione che si crea con il ricevente anonimo.
La donazione gratuita del sangue e degli emoderivati  infatti non è una separazione da qualcosa a senso unico, come se fosse una sporgenza di qualcuno che va a riempire la cavità di un altro;  il dono del sangue è sempre una forma di riconoscimento del valore e dell’ inalienabilità della  vita umana.
La donazione del sangue si nutre di un elemento imprescindibile da ogni contesto di riferimento,  un elemento che costituisce la cornice del quadro all’interno del quale ogni essere umano  vive: l’ “amore”.
Il dono puro, infatti, impegna l’essere umano verso ogni altro essere in quanto «totalmente altro» (tout autre),  il sociale si fa radicalmente umano e l’umano è specificatamente tale quando trascende se stesso nel divino.
Qui il dono attualizza la capacità di trascendenza della relazione.
Donare sangue è donare la propria memoria e la propria storia, donare la propria vita, tutto ciò che di noi sappiamo e anche tutto ciò che rimane per sempre sepolto negli atri e nella loro intimità, questo rappresenta la più potente esperienza di dono.
Dono che al tempo stesso diviene speranza, speranza di vita.
La realizzazione di sé nella donazione di sangue e degli emoderivati deve costituire un nuovo approdo ogni volta che il donatore si sottopone al salasso, poiché l’atto della  donazione comprende in sé la compenetrazione di due elementi fondanti che sono l’idealismo della solidarietà e l’esercizio del dono come virtù, ovvero il dono come modo d’essere, nel senso che coinvolge tutto l’essere del donatore, in quanto mette in gioco la sua identità come identità relazionale. 
Non si possono amare due persone in maniera totale; ma si possono amare le persone in maniera totale se in tutte si ama Gesù.
  
Madre Tersa di Calcutta

La solidarietà dei donatori di sangue FRATRES è solidarietà Cristiana, una solidarietà che si fonda sul principio della fraternità, fraternità caratterizzata dall’appartenenza ad una comunità di fratelli, dalle quale deriva la consapevolezza di appartenere e della quale ci sentiamo viva entità sociale, proponendo così un’alternativa concreta al privatizzante concetto della semplice solidarietà che presuppone l’esistenza di un legame sociale.
Il concetto di dono per un Confratello Donatore di Sangue è un concetto di apertura verso l’altro, in opposizione ad un ripiegarsi egoistico su di sé.

Il Fratello Donatore di Sangue vive quindi l’esperienza del dono non come un obbligo morale o un dovere giuridico, ma come un’esperienza alla quale ispira la sua vita.
Vive l’atto della donazione come emanazione di sé verso l’altro, abbattendo il principio dell’ombra individuale,  cioè abbatte quell' insieme di sentimenti negativi: odi, rancori, vendette, violenze poiché la donazione è vissuta come modus vivendi verso il fratello sofferente,  nel quale riconosce il volto di Cristo.

Per noi nessun uomo è troppo misero per non essere l'immagine di Dio.

Madre Tersa di Calcutta

LA CROCE DI CRISTO
SIMBOLO PER OGNI DONATORE

La Croce non è solo il simbolo della passione e della morte ma anche della Resurrezione di Gesù Cristo.
Il simbolo della Croce di Cristo rappresenta quindi la salvezza poiché con lo il Suo sangue Gesù, ci ha dato la salute spirituale, il perdono dei nostri peccati e quindi la felicità eterna e non lo ha fatto solo per una persona ma per tutto il genere umano.
Dice l’apostolo Paolo: “sine sanguinis effusione non fit remissio” (senza spargimento di sangue non si può avere perdono dei peccati).
È quindi logico intuire che ciascuno di noi collabori con l’azione Divina aprendo il proprio cuore al fratello bisognoso in quanto se ci facciamo carico della sua croce, non sarà più solo a soffrire. La porteremo in due, il che vuol dire dividerne il peso.
Ecco perché  che credo fermamente che l’atto volontario di stendere il braccio per donare il proprio sangue debba essere considerato come l’espressione più ampia della visone della vita la quale privilegia la relazione  e la condivisione tra gli individui. Questo gesto va quindi ben al di là dell’atto meccanico, che peraltro è finalizzato ad aiutare chi si trova in uno stato di bisogno, richiama bensì uno stile di vita che dà centralità al benessere, proprio ed altrui. Ogni qual volta porgiamo il braccio per offrire un po’ del nostro sangue ad una persona a sconosciuta a noi ma non a Dio, riscopriremo la Croce di Cristo e finiremo così per abbracciarla ed amarla la nostra croce, poiché in essa ritroveremo Cristo, che per primo ha donato il proprio sangue per noi tutti.


PEZZINI Dimitri

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 08 Settembre 2008 13:16 )  

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